Sembrerà paradossale ma, molte volte, gli amici mi chiedono: ma oltre a fare i siti web, che fai?

Considerano che lo sviluppo di strategie di promozione e comunicazione di gruppi ed aziende, la consulenza su come meglio organizzarsi per più vendere, possa essere un “dopo lavoro” un “secondo lavoro” una “passione” dunque (non lo aggiungono, ma io so che lo pensano nel loro mente)

ma per mangiare….. Che fai?

Provo a spiegare che la comunicazione online, le vendite di prodotti attraverso ecommerce e la pubblicità di prodotti o servizi sulla rete, sul web, seguite dalla analisi, dalla capacità di sviluppo di strumenti che attirano i consumatori, in certi casi utenti, lo sviluppo di campagne adwords (la pubblicità di google) sono un lavoro,  molto “professionale” più di quello che fa “mediamente” un ingegnere edile, un commercialista che, viceversa, lavorano sempre su progetti/aziende molto simili (non intendo in nessun modo sminuire il loro lavoro, cerco solo di fare capire che la specializzazione e l’innovazione (che sono un plus per le aziende) hanno dietro studio e preparazione uguale o maggiore a quella della normalità delle altre professioni.

Per fare il consulente in marketing digitale non ci vuole una laurea (io mi sono laureato e credo mi sia servita, anche se il corso di laurea non era, né è, il massimo per trovare lavoro, ma non si differenzia dagli altri corsi di laurea in tema di possibilità di lavoro, è un’altra cosa)

Non c’è neanche una “casta” che ti ammette alla professione (grazie a Dio) e che ti fa fregiare dell’appartenenza ad un ordine, a pagamento.

Il Profilo professionale è nuovo e -in quanto tale- ha bisogno di qualche tempo per essere “riconosciuto” In Italia perché nel resto del mondo un digital strategist è di norma un executive, clicca qui per saperne di più .

Io per esempio ci ho creduto molto e oggi posso dire con qualche soddisfazione di essere nella prima pagina dei risultati di ricerca su google con la chiave “consulente marketing digitale” che è appunto la mia professione

consulente marketing digitale Salvo Pinella

 

Se potessi fare una previsione e dare un consiglio direi:

 

 

si dovrebbe fare tutto l’opposto di quello che si è fatto per la professione di “comunicatore d’impresa” presentata un paio di decine di anni fa come una figura apicale delle aziende moderne e poi (per colpa dello scarso, quasi assente, livello di cultura dell’innovazione della gran parte degli ad e dei proprietari delle Pmi italiane) non cresciuta come avrebbe dovuto.

 

Questa è la storia della gran parte delle aziende con le quali ho lavorato, sia come dipendente, un tempo, sia come consulente, poi, quindi la mia esperienza, ma visto il naming di certi prodotti, possiamo dire che è la regola – quasi sicuramente- per il 70/80 % delle Pmi Italiane, IMHO.
Per molti imprenditori italiani infatti (geniali per la manualità, l’ingegno, la concretezza (a volte) ma bigotti per il grado di innovazione organizzativa) la “comunicazione aziendale” era ed è “cosa da fare in casa”, bazzecole per le quali non spendere soldi, e così continuano a fare con le strategie di promozione online (perdendo un mare di opportunità, clienti e modi per fare soldi)

Questo l’esempio di quello che i capi (gli hippos li chiama Avinash Kaushik) hanno fatto e stanno continuando a fare con le strategie di promozione e vendita sul digitale;

Le cose sono andate e vanno più o meno così 

Il capo:

della comunicazione se ne occuperà mia figlia, noi produciamo scope, che vuoi che sia la pubblicità di una scopa….”


Nasce la scopa Pippo.

Ora non dico che il naming “umanizzato” non possa essere una strategia vincente (vedi la Ferrari Dino o la Giulietta, ma sinceramente tra queste e quelle che descrivo poco sotto c’è una certa differenza strategica, direi)

Di conseguenza (visto il risultato ottenuto in termini di visibilità grazie alla pubblicità sulle TV nazionali) quei geniacci dei colleghi, proprietari e/o amministratori della Pmi italiana cominciano a chiamare (o i loro figli, o parenti prossimi, responsabili della comunicazione della ditta X e della ditta Y )

Il cesto Ernesto

(vi ricordate alla fine degli anni novanta le TV commercial nazionali erano piene di questi esempi)

poi una serie di nomi stravaganti che al momento non mi vengono in mente…

poi il non plus ultra:

Ignazio lo scolapasta salvaspazio,

non so quanto spazio salvi effettivamente, (ripeto che comunque non discuto né la nostra abilità manuale, come italiani siamo bravi, né le idee dietro al core business) ma semplicemente la quasi completa mancanza di strategia nella comunicazione, partendo dal naming 


In questo link c’è una intervista al professore universitario, inventore e disegnatore dell’oggetto (lo scolapasta salvaspazio) persona che ha inventato altre cose utili, peraltro.

Lo stesso però non lo chiama “Ignazio scolapasta salvaspazio” bensì uno scolapasta intelligente fatto per….(se avete due minuti ascoltatelo)
Bene, se è questo il livello della comunicazione aziendale della Pmi italiana e se si vorrà continuare a seguire questi metodi (del fatto in casa un tanto al chilo, tanto non c’è bisogno di dare soldi a qualcuno per creare un nome ad un prodotto)……

che nel linguaggio di oggi significa:

perché pagare qualcuno che faccia un sito spendere, soldi in pubblicità o campagne di comunicazione quando noi possiamo fare tutto questo usando Facebook, AGGRATIS!

Se è così peggio per loro🙂

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