Voglio iniziare con il dire che ne ero sicuro, ci credo da sempre e, del web, ho fatto la mia professione.
Ma quando ci sono aziende e manager con la testa dura come i sassi in Italia ma anche in Uk o negli Usa, pubblicare questi articoli, mi inorgoglisce, non fosse altro perche posso dire: ve lo avevo detto IO..!
Questo è tratto da guardian Uk e non posso fare altro che farvelo leggere:
nota: Grassetto e corsivo miei tutto il resto è un copia ed incolla di questa pagina (per chi volesse provare a leggero in italiano questa una traduzione accettabile)
The UK has become the first major economy where advertisers spend more on internet advertising than on television advertising, with a record £1.75bn online spend in the first six months of the year.
The milestone marks a watershed for the embattled TV industry, the leading ad medium in the UK for almost half a century. It has taken the internet little more than a decade to become the biggest advertising sector in the UK.
Dell’argomento ne ho discusso con Leonardo più volte .. dunque non guardandole tutte 141 (questa sera, perche domani quando avrò un momento me ne ricorderò) pubblico queste slide che riguardano un argomento molto molto interessante
![]()
E-marketer pubblica una ricerca di Ad-ology Research (che ho trovato via Roberta Milano) molto interessante.
Questo è il primo punto che faremmo bene a non dimenticare:
The survey revealed that only some 47% of US adult Internet users had used the Web recently to research travel.
Ma andiamo oltre in tempo di tourism 2.0 è altro che ci interessa;
Secondo me ha bisogno di essere maggiormente enfatizzata l’influenza dei social media (e non del web complessivamente) sulle scete di viaggio dei turisti Usa
However, 39% of recent travelers said online media influenced their choice of travel services……
Sono un web marketeting manager (diciamo un uomo di web marketing non vorrei farla troppo grossa…) un web marketer che, dopo la laurea ha sempre lavorato con i new media, prima dal punto di vista sociale, su come :
- questi nuovi mezzi di comunicazione con una nuova caratteristica “la bi-direzionalità” avrebbero potuto incidere nella vita, nella normalità, nelle relazioni delle persone,
- poi sempre più specificamente occupandomi di analisi del traffico sul web, miglioramento delle performance delle aziende attraverso il web ..
- poi ancora startgie di comunicazione sul web,
- di strategie di comunicazione sul web per le aziende del turismo
- per enti turistici
- infine lavorando per una importante società internazionale
Parlo, dunque, in generale non nello specifico ma devo notare che :
- il web per molti viene -ancora- visto come un plus, strategico si , ma per il punto di vista dell’immagine, nient’ altro
- non c’è la dovuta preparazione per potere sviluppare strategie che siano, al di la delle mode, influenti e rispondenti ai bisogni degli users/prospect/clienti
- non c’è nella maggior parte dei casi -nel management- una figura dedicata alla innovazione sul web, nessuno che sioccupi di fare da trade union tra it, marketing, pr, financial, tale da non rendere i dipartimenti dei compartimenti satgni
- ci sono aimè dei consulenti che , con una incompetenza al limite della sfacciatagine (leggasi: vergogna) non hanno alcun interesse -se non in cambio di barche di soldi- a proporre ai clienti strumenti innovativi, sia social media che sempilicemete web based, o campagne di keywords advertising valide, o ancora studi delle culture e dei linguaggi (utili da applicare nella comunicazione sul web ) dei paesi target ecc…ecc..
Che dire … siamo quì …… a combattere per aver riconosciuta la notra profesionalità, il nostro ruolo strategico all’interno delle compagnie, e la nostra competenza. ….. e a riconoscerci che alla fine con tutto sto scrivere ce lo siamo pure … meritato
Credo che il web sia davvero arrivato ad un punto di non ritorno.
Lo scontro tra facebook e google con due concezioni apparentemente diverse (ma secondo me non così tanto) sta facendo comprendere come ormai i nostri grandi geni si sbattano per torvare delle soluzioni che -al di là delle mode- siano in grado di gestire il futuro di milioni di utenti.
Sto cercando si sviluppare un aggrgatore di contenuti che dia, a chiunque lo vuole, l’opportunità di avere informazioni dettagliate riguardo a territori, quartieri, zone e, all’interno di questi, di negozi, bar , ecc…, tali da rendere tutti gli users del web (ormai è difficile contarne i numeri) sempre più informati e più facilitati nelle loro ricerche.
Credo che si possa sviluppare un progetto del genere ma, visto che lavoro per uno dei più importanti brand del lusso nel mondo non ho al momento (sono solo all’inizio della mia carriere in questa società, quindi comperenderete!) tanto tempo per lavorare al mio progetto.
Ho gia sviluppato una beta, un piccolo esperimento geograficamente delimitato per comprendere quanto la gente fosse interessata alla ricerca di notizie che non fossero dettate dalle linee editoriali e, quindi, da interessi di parte e, credo, che il progetto possa essere definitivamente considerato un progetto riuscito (non economicamente remunerativo visti i limiti tettitoriali e il nostro disinteresse nella ricerca di partner commerciali).
Quello che intendo è che quando ogni persona che scrive sul web avrà l’opportunità di essere letta da più persone essendo inserita in un contesto territoriale specifico e, non sarà assoggettata alle logiche del potere, ci sarà un’informazione libera e, gli stessi sponsor potrebbero trovare molto interessanti questi strumenti.
Cosa mi serve ?
un gruppo di lavoratori smart che comprendano -come ai primi tempi di google (il paragone è azzardato ma è solo per dare un’idea)- che il guadagno momentaneo (inesistente) potrebbe essere sostituito da una carriera che -se si riuscisse ad arrivare a una parte dei risultati che immagino- potrebbe essere di grande successo.
Aspetto commenti dai lungimiranti lettori del mio blog.
Chi ha orecchie per inetndere intenda, gli altri….. si arrangino!!!!!!

Da qualche anno il mercato degli smartphone si è enormemente sviluppato e, vista la crescita del device, anche social media company e telco (solo per fare alcuni esempi) hanno fatto delle scelte per essere parte di questo sviluppo accrescendo il loro business.
Il modello con questo device cambia totalmente e i dati che ci dicono come negli utlimi due anni sia enormemente cresciuto l’uso di questo strumento in paesi come gli Usa (gran parte della campagna web di Barack Obama è passata per i blakbarry), l’Uk e l’Italia ma anche la Corea e il Giappone, portano ad alcune rifelssioni che le aziende e gli sviluppatori devono e dovranno fare nell’immediato futuro:
- L’uso del web nel telefono porta con se una diversa concezione della ricerca, il search engine infatti sara sempre più geolocalizzato fornendo
Uno studio molto interessante pubblicato alla fine di luglio da J.D. Power and Associates, mostra come la customer satisfaction per gli hospiti degli hotel sia fondamentalmente aumenata.
Lo studio -che ormai da 13 anni sviluppa dei report annuali per il mercato americano- analizza, attraverso specifici segmenti, le varie fasi della travel experience (reservations; check-in/check-out; guest room; food and beverage; hotel services; hotel facilities; and costs and fees) e ci informa del fatto che anche se ci sono delle diminuzioni del personale e delle spese di gestione, complessivamente la soddisfazione de cliente è più alta dell’anno precednte, il 2008.
Specificamente l’analisi si focalizza su una serie di risultati che fanno crescere la soddisfazione media del cliente in segmenti specifici come il servizio completo, la mezza pensione, mentre alcuni problemi sorgono nel segmento dei “soggiorni prolungati”.
Questo il punto di vista di Michael Drago, director of the global hospitality and travel practice at J.D. Power and Associates.
Many hotel brands have successfully focused on guest satisfaction, despite steep rate discounts, staff declines,
reductions in in-room amenities and a halt on renovations
Il report continua sottolineando come alcune amenities sono state richieste come “necessarie” da parte degli ospiti e, questa, è la parte del report che ne parla più specificamente:
Hotel guests in 2009 express increased desire for comfort and value-related amenities. For the first time since the inception of the study in 1997, bedding and pillow choices and free parking are among the top five “must-have” amenities for hotel guests. Other most-desired amenities include complimentary breakfast, wireless Internet access and pillow-top mattresses. Within the luxury segment, a high percentage of guests express the desire for in-room high-definition flat-panel TVs.
Il report continua con interessanti spunti -per chi volesse leggerlo questo è il pdf – che comunque spiegano come la flessibilità nelle azioni di marketing unita alla higth qualitiy of customer service sono gli gli strumenti necessari per chiunque (piccoli o medio/grandi brand) vorrà continuare a competere nel percato internazionale
Molto simile come idea a quella della Kodak che in una pubblicità di qualche anno fa raccontava tamite un susseguirsi d’immagini la vita di una famiglia e in un particolare momento della pubblicità passavano alcune immagini bianche che venivano poi sostituite dalle altre foto che riprendevano il precorso di vita della famiglia.
Sottintesa era la capacità di Kodak e della fotografia in generale di raccontare con le immagini la storia di vita di qualcuno (in quel caso una famiglia) facendo leva sull’emozionalità dei ricordi e sulla capacità delle immagini di risvegliarli.
Questo mash-up, invece fa diventare le foto dei memi, infinitesimali atti di comunicazione che uniti raccontano una storia di vita, e lo fa con quel sottofondo malinconico nostalgico che da quel senso di sfugevolezza e di emozionalità che i bravi creativi riescono a dare alle loro creazioni.
Il modello utilizzato è se non sbaglio infatti quello che una volta si utilizzava per animare i cartoni (animati) e questo vecchio stile con l’aiuto della tecnologia ha, secondo me, colpito nel segno.
Ho ricevuto -avendo fatto la promozione al viral con il camaleonte che cambiava colore con gli occhiali (qui il link)- da coloro che si occupano di fare buzzy per la rayban, il nuovo virale che hanno prodotto.
Il punto è -secondo me- che quando vuoi usare gli strumenti più social del momento ( dal web ai virali e agli ucg), e lo fai in maniera razionale, programmata, è quasi impossibile (diciamo molto difficile) ottenere un prodotto all’altezza delle aspettative.
Solitamente infatti i successi più grandi nel campo dei virali non sono nati per essere dei successi di comunicazione e, la tensione che stava dietro lo sviluppo del progetto non era per niente sentita, si giocava con le tecnologie e queste -grazie a “momenti geniali” e collegamenti tra creativi e innovatori- producevano e produrranno nel futuro risultati inaspettati.
Cosa diversa è partire con un progetto che si vuole abbia una tramissione esponenziale e dietro il quale c’è una forte aspettativa da parte del management.
Questo è secondo me il problema: c’è tutto; utenti o clienti che (forse in maniera originale, ma non importa) vengono mashuppati in un video dal nome 100 people per minute freestyle, c’è la rete, la musica, la speranza di una viralità spontanea che però personalmente non mi ha preso.
Perché lo pubblico?
Perché che non abbia preso me non vuol dire che non potrà essere bello per altri e, che non possa essere interessante per i miei lettori e poi, perché rispondere picche a chi gentilmente ritiene di doverti informare riguardo all”uscita del loro nuovo prodotto virale, non sarebbe educato ![]()
Dunque a voi le critiche positive o negative, sia chiaro!
Grazie all’attento lavoro di promozione sul web fatto da Paola della diesis ho avuto l’opportunità di leggere “re-brand” di Mirko Nesurini -amministratore di una società di consulenza che si occupa di branding, branding delle destinazioini e non di comunicazione pubblica e politica (come mi era sembrato da una sua intervista ad una web tv ticinese nella quale mi era parso di comprendere che aveva dato un contributo in termini professionali per lo sviluppo della strategie di comunicazione di un partito) come io creduto.
Dopo avere letto il libro ( mentre lo leggevo per dire la verità ) ho chiesto a Paola la disponibilità di Mirko ad un intervista e, eccoci qui a raccontare questo nostro scambio di battute:
Ho ricevuto il tuo libro da leggere e lo ho trovato molto interessante, dunque Mirko, come mai questa analisi sui brand dormienti ?
Più di una volta i miei interlocutori mi hanno chiesto: “possiamo comperare un marchio storico?”. Risposta: non lo so! Dopo troppi “non lo so”, ho voluto capire se si poteva rispondere in modo propositivo. Assieme con Eleonora Cattaneo, professoressa in SDA Bocconi, abbiamo coordinato tre master con l‘ipotesi di “ritrovare” i brand usciti dal mercato. Abbiamo raggiunto l’obiettivo, creato inoltre una start-up a Lugano (ex-brand Institute) che ha già individuato centinaia di brand potenzialmente rilanciabili. Oggi, ai miei interlocutori sono in grado di rispondere in modo articolato offrendo una panoramica ragionata del mercato di riferimento. Il lavoro di ricerca è durato quattro anni. Ne ho parlato al mio editore il quale ha deciso di pubblicare Re-brand come primo testo completo a livello internazionale che tratta la materia.
Da quanto -nel mercato- questi marchi storici -ma spesso dimenticati- sono stati considerati più attraenti dei brand nuovi, e perché?
Negli ultimi anni alcuni marchi sono stati rilanciati. Nel caso del mondo dell’orologeria le leve sono la reputazione e il rispetto che suscita nel consumatore un brand antico. In altri settori, dalla carne in scatola (Montana) alla moda (Monclair) le strategie fanno leva su un effetto nostalgia di corto termine (una volta la vita era più bella…e i prodotti migliori).
Nel libro ho pubblicato una tabella di confronto tra vantaggi, svantaggi, opportunità e minacce del rilancio di un marchio storico rispetto al lancio di un brand ex-novo.
Non sempre il rilancio è l’opzione migliore.
Sei un esperto di branding, di comunicazione pubblica e politica di branding delle destinazioni, vorrei sapere, da te, a brucia pelo: quanto effettivamente oggi tra le istituzioni in Italia la comunicazione viene considerata come asset strategico e non come mero orpello da relegare ai margini, facendo finta di considerarla importante? ti dico questo perché la mia esperienza come consulente con delle istituzioni mi ha portato a farmi un’idea non molto positiva della loro effettiva comprensione di questa importanza, quale è il tuo parere -sincero- riguardo a questo “problemino italiano”?
Nel mio libro del 2002 (Comunicazione pubblica) affermavo che “La comunicazione è un indice di buon governo”. Ne sono convinto.
Poi c’è la realtà dei fatti. In Svizzera si confonde ancora l’informazione (che è dovuta al cittadino) con la comunicazione (un servizio facilitatore per la fruizione dei servizi dello Stato). Siccome comunicare è complesso, spesso – per non sbagliare – si evita anche di informare. La passione e l’interesse per quella che una volta si definiva “cosa pubblica”, per me è forte. La comunicazione pubblica, per essere efficace, deve essere “vera”. Deve cioè porsi nel mezzo tra il servizio al cittadino e l’acquisizione di consenso per l’opera gestita dallo Stato. Se la comunicazione pubblica è a singhiozzo, o sbilanciata, non raggiunge i propri scopi.
Non sono un esperto di comunicazione pubblica. Mi occupo di branding delle destinazioni. In questi casi le istituzioni sono attente sia alla comunicazione che all’informazione perché i benefici sostanziali di una buona comunicazione pubblica generano benefici economici immeditati. L’interlocutore, però, in questi casi, non è il cittadino, è l’impresa e in alcuni casi il turista.
Parliamo di web, tu parli principalmente di nome di dominio nel tuo libro e, nel dettaglio, di alcune problematiche -legali e non- da analizzare prima di procedere con il naming e la scelta del logo, ma quanto effettivamente può essere -secondo te- utile, il web, nel risveglio di un brand inattivo? credi che -per esempio- ci siano dei rischi nell’uso dei social network per la visibilità di un brand?
Nel lavoro di ricerca di cui ti ho parlato in apertura, il web è stato uno strumento efficace. La gente sui blog è generosa. Noi cercavamo informazioni che abbiamo trovato.
Oggi tramite i social network è molto facile raggiungere in fretta un ampio pubblico. Lo storytelling deve tuttavia essere solido. In presenza di un impianto di declinazione della notizia sul brand in fase di risveglio, Internet può essere un alleato fondamentale, assolutamente non credo sia possibile raggiungere il successo senza Internet.
Cosa mi dici a proposito del modello della coda lunga e dalla minore attenzione che -come molti sostengono- i consumatori moderni consapevoli “darebbero” ai brand ? c’è chi dice che il mercato del futuro sarà molto più simile ai mercatini rionali con minore attenzione al pakaging (sempre meno inquinante e leggero ) e sempre più attenzione ai prodotti a km 0, ai prodotti stagionali,come, gli sleeping brand, possono superare -se pssono- il problema?
Il consumatore è assai poco attento al “brand strillato”. E’ attento al “brand”. Cambia il rapporto tra consumatore e brand. Il brand è attento ad intercettare il consumatore che ricerca una relazione intima e duratura. Cambia il modo di comunicare. Il dialogo è più approfondito e quindi ragionato. Da qui la riduzione d’importanza dell’effetto scenografico del pack (laddove non serve) e del privilegio per la filiera alimentare corta. E’ un bel momento per fare branding. Si lavora al cesello sui valori. In passato abbiamo lavorato parecchio con la pubblicità di massa a colpi d’investimenti.
Un indice come il vecchio e glorioso “Ramazzotti” oggi ha poco senso.
Come gli sleeping brand possono -se possono- utilizzare a proprio vantaggio questa voglia di ritornare a una minore sofisticazione ?
Il brand del passato è considerato il punto di partenza. Negli anni ’60 Sanagola e Charms erano tra le poche caramelle presenti sul mercato. Se un consumatore amava le caramelle dure (le spaccadenti) comperava le Charms; se le voleva morbide con lo zucchero prendeva le Sanagola.
Poi tutto si è complicato. L’offerta è cresciuta. La confusione è maturata.
Con le ricerche di mercato abbiamo percorso un tratto di strada verso la perfezione dei prodotti. Quasi tutti i prodotti presenti sul mercato e conosciuti sono eccellenti. Eccellenti significa che si somigliano un po’ tra loro e rispondono fedelmente alle esigenze del consumatore.
Oggi esiste un pubblico che ha altro a cui pensare. Non ha voglia di perdere tempo appresso alle novità. Vuole prodotti certi, che non “ ti fregano”. In questi casi i brand storici, giocano un ruolo primario.
L’analisi dei brand più antichi e gli esempi di brand ultra centenari come le questioni legali nel libro hanno una parte importante, perché la famiglia -in Italia- riguardo ai brand ha assunto caratteristiche fondamentali?
La famiglia alla guida dell’impresa è un fattore di conservazione. Più il brand è antico – anche se non brillante nei risultati economici – più è fascinoso. Il fascino del brand è fondamentale per mantenere vivo il rapporto con il proprio consumatore.
E’ possibile per te -in Italia- un modello imprenditoriale diffuso dove la governance di un impresa sia -nettamente- diversificata dalla proprietà?
In Good Morning Mr Brand (2007) affermavo che la miglior governance per un brand è quella affidata al “brand commitee”. Un comitato interno all’azienda composto dai vari portatori d’interesse verso il brand. L’obiettivo era il lento cambiamento del brand, grazie alla elaborazione delle realtà rappresentate dai membri del brand commitee.
Le aziende famigliari hanno il vantaggio di durare e lungo. Come già detto, in termini di branding, l’azienda gestita dalla famiglia proprietaria è un fattore positivo.
Grazie per la disponibilità Mirko, spero che questa intervista possa contribuire alla visibilità del tuo libro sul web !





RSS - Posts








